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Giornalisti e social media

Giornalisti e social media

Riflessioni sparse e appunti un anno dopo il corso con Domitilla Ferrari.

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli»

La dichiarazione di Umberto Eco ai giornalisti, in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa in Comunicazione e Culture dei Media dell’Università degli Studi di Torino, lo scorso giugno ha generato un polverone di polemiche. I commenti si sono susseguiti a gran velocità, alimentati da articoli, post, dichiarazioni e condivisioni sulle principali piattaforme di social networking.

Da Facebook a Twitter, milioni di persone si sono scagliate contro Eco, colpevole di aver denunciato pubblicamente la moderna facilità di espressione dello “scemo del villaggio”.

Il realtà la riflessione di Eco, se correttamente contestualizzata, non è in alcun modo una denuncia degli effetti perversi della diffusione dei social network: si tratta, al contrario, di una riflessione più ampia sulla necessità – tutta moderna – di imparare a filtrare le informazioni quotidianamente diffuse attraverso i canali digitali.

Il ruolo del giornalista nell’epoca della (dis)informazione

La riflessione di Umberto Eco riguarda – tra l’altro – il ruolo dei giornalisti al tempo dei social network: in uno scenario caratterizzato dal cosiddetto overload informativo, in cui ogni giorno si processano quantità enormi di contenuti e informazioni, al giornalista moderno sono richieste competenze complesse e una capacità critica assolutamente nuova.

Un ruolo difficile se si tiene conto dell’attuale convivenza di alcuni fenomeni:

  • l’allarmante diffusione del cosiddetto analfabetismo funzionale, ossia l’incapacità del lettore di interpretare correttamente testi e notizie, anche semplici. Oggi milioni di italiani non dispongono degli strumenti cognitivi necessari per analizzare e comprendere ciò che leggono;
  • l’irreversibilità di meccanismi di confirmation bias (pregiudizio di conferma) che avallano credenze, opinioni e pregiudizi, senza spingere le persone a metterle in discussione – e che hanno spinto gli studiosi a definire la nostra epoca come “L’era della (dis)informazione”;
  • la diffusione incontrollata di tesi complottiste e pseudoscientifiche, considerato dal World Economic Forum uno dei maggiori rischi della nostra società.

 

Pare sia questo lo scenario in cui si muovono i media oggi: insiemi ipersegmentati di interlocutori e lettori i cui filtri mentali setacciano senza alcun senso critico le informazioni; sono incapaci di valutare l’attendibilità delle fonti e mostrano forti resistenze al debunking (correzione di informazioni false).

 

Che ruolo hanno i giornalisti in questo scenario?

Ne abbiamo parlato lo scorso anno in occasione del corsoGiornalisti e Social Mediaorganizzato in collaborazione con l’ODG della Campania e tenuto da Domitilla Ferrari, Giornalista e Digital Strategist.

 

Oltre 200 giornalisti hanno approfondito il tema della relazione tra social network e giornalismo, partendo dall’analisi delle differenze tra le piattaforme più diffuse, per finire con un’analisi di casi pratici ed esempi.

Le conclusioni a cui siamo giunti un anno fa sono ancora valide: il ruolo del giornalista oggi è più complesso e richiede, oltre ad un adeguamento nelle competenze digitali, anche un profondo ripensamento deontologico.

Raccontare il mondo oggi vuol dire farsi un numero di domande molto superiore al passato, ascoltare molte più voci e sviluppare una sensibilità enorme rispetto ai fatti e alle fonti che meritano di essere ascoltati e raccontati.

Concludiamo con le parole di Umberto Eco che ci hanno suggerito questa riflessione: “Uno dei più grandi problemi della modernità è rappresentato dalla capacità di attivare filtri nella selezione di informazioni e fonti”.

Una sfida da cogliere non solo per distinguere la verità dalla bufala, ma per non perdere la curiosità di cui si nutre la professione di giornalista.

 

 

 

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